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Claudia Cernigoi sul Giorno del Ricordo 2012
1) Foibe, la verità compromessa. Intervista alla studiosa Claudia Cernigoi 2) Giorno del ricordo o giorno della mistificazione storica? di Claudia Cernigoi 3) Polemica a Parma (P. Bocchi, Comitato antifascista e per la memoria storica, C. Cernigoi) 4) Le perle nere di Rustia sulle foibe e sui crimini di guerra italiani , di Claudia Cernigoi
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Il 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, concede anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. Cosa sono state realmente le foibe? Cosa è accaduto nella terra di Confine? Quale è la verità sul caso foibe? Esiste un caso foibe? Esiste un processo di revisionismo storico? Di tutto ciò ne parleremo con la giornalista e studiosa Claudia Cernigoi.
1) Come posso presentarti?
Sono una giornalista che dopo avere indagato sulla strategia della tensione (neofascismo, stragismo, “misteri d’Italia”), ad un certo punto ha iniziato a dedicarsi alla ricerca storica sulla seconda guerra mondiale, Resistenza, collaborazionismo e poi, di conseguenza, anche le “foibe”. In effetti sono diventata “famosa” proprio per via delle mie ricerche sulle foibe, anche se, voglio precisare, non ho studiato solo le foibe.
2) Il giorno del ricordo, così come strutturato, rientra nell'intento del processo di revisionismo storico? Come si può definire il revisionismo storico?
Revisionismo storico, di per se stesso, non dovrebbe avere un significato negativo. Ovvio che se si scoprono nuovi documenti che permettono di leggere in ottica diversa fatti prima interpretati in un certo modo, “rivedere” le interpretazioni storiche è doveroso e non negativo. Il fatto è che una parte della storiografia, che più che storia fa politica, anzi, propaganda politica, ad un certo punto ha deciso di dimostrare, storicamente, la negatività politica del movimento di liberazione comunista e non nazionalista, e pertanto si è iniziato a leggere i fatti storici in un’ottica che storica non è, ma politica. Ne consegue che si è iniziato anche a dare valutazioni politiche (e morali, cosa per me inaccettabile quando si parla di storia) sugli eventi storici. Faccio un esempio: quando si condannano le esecuzioni (sommarie o no) di oppositori politici da parte delle forze della Resistenza, senza considerare che tali eventi si sono svolti durante una guerra mondiale che causò milioni di morti, la maggior parte civili, si perde di vista ogni ricostruzione storica, pretendendo di valutare con i nostri valori morali del tempo di pace (“voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case”, scriveva Primo Levi) le azioni avvenute in un periodo in cui, come diceva una canzone partigiana “pietà l’è morta”. Dove la guerra non l’avevano iniziata i partigiani, né i comunisti, né, dalle nostre parti, la Jugoslavia, ma l’aveva iniziata il nazifascismo. Non ci fosse stato il nazifascismo a dichiarare guerra al mondo intero, gli aggrediti non si sarebbero difesi e non avrebbero avuto bisogno di ammazzare nessuno. Non riconoscere questo semplice dato di fatto è revisionismo storico in senso negativo. Quanto al giorno del ricordo, è una ricorrenza voluta da una lobby trasversale che vuole negare i crimini fascisti cercando di trasmettere l’idea che la Resistenza, soprattutto quella jugoslava, è stata una cosa negativa e non una lotta popolare di liberazione.
3) Cosa sono state realmente le foibe? Numeri reali di infoibati?
Gli storici Pupo e Spazzali scrivono che...Quando si parla di foibe ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime. È questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale. Questo è un altro esempio di revisionismo storico in senso negativo. Come può uno storico serio parlare di “significato simbolico e non letterale” relativamente a dei fatti storici? Se una persona è stata fucilata non è stata infoibata, e quindi perché parlarne in modo “simbolico” se non per creare confusione in chi cerca di comprendere questi eventi? Sintetizzando, possiamo distinguere due periodi storici. Il primo è quello immediatamente successivo all’8 settembre 43, in Istria, quando una sorta di jacquerie seguita al tracollo dell’esercito italiano causò circa 200 morti (effettivamente gettati nelle foibe), che coinvolsero esponenti del fascismo, vittime di rese dei conti e di vendette personali. Considerando che fonti nazifasciste sostennero che per ripristinare “l’ordine” in Istria dopo l’8 settembre vi furono circa 10.000 morti con devastazione di villaggi e campagne, esce spontanea la domanda di quale fu il vero martirio del popolo istriano. Invece nel maggio 1945 a Gorizia, Trieste e Fiume, dove l’Esercito jugoslavo (che era un esercito alleato e non “cobelligerante” come era l’esercito del Sud italiano) prese il controllo del territorio, vi furono moltissimi arresti di membri delle forze armate (che, ricordiamo, essendo il Litorale Adriatico staccato addirittura dalla Repubblica di Salò per essere annesso al Reich germanico, avevano giurato fedeltà direttamente a Hitler) e di civili collaborazionisti. In tutto scomparvero da Trieste meno di 500 persone, 550 da Gorizia, circa 300 da Fiume. La maggior parte furono militari internati nei campi di prigionia e morti di malattia; da Gorizia e Trieste circa 200 furono i prigionieri condotti a Lubiana o nei posti ove avevano operato e processati per crimini di guerra (tra essi rastrellatori, torturatori, l’ex prefetto di Zara Serrentino che come Presidente del Tribunale speciale per la Dalmazia aveva comminato moltissime condanne a morte di antifascisti…); infine vi furono le vittime di esecuzioni sommarie e vendette personali,ma dalle “foibe” triestine furono riesumate in tutto una cinquantina di salme, 18 delle quali dall’abisso Plutone, dove gli assassini erano criminali comuni e membri della Decima Mas infiltrati nella Guardia del popolo, che a causa di ciò furono arrestati dalle autorità jugoslave (che li condannarono a varie pene). Per questo motivo io non ritengo storicamente valido il concetto di “foibe”, perché in esso vi è una tale diversità di casistiche da non poter rappresentare un “fenomeno” a sé stante, se si esclude la teoria che va per la maggiore sull’argomento, e cioè che queste furono le “vittime” della “ferocia slavo comunista”, teoria che non ha alcun valore storiografico.
4) Cosa voleva dire essere partigiani a Trieste? Cosa voleva dire vivere le persecuzioni nazi-fasciste in Città?
I partigiani a Trieste facevano parte dell’organizzazione Unità Operaia-Delavska Enotnost e lavoravano in clandestinità nelle fabbriche o facendo opera di propaganda e qualche azione specifica in città. Non si sa molto del loro lavoro, purtroppo, su questo la ricerca storica è stata carente. Le repressioni furono ferocissime, coinvolsero non solo i militanti ma anche i loro familiari, le persone arrestate venivano torturate con ferocia, inviate nei campi germanici, uccise in Risiera, molti morivano cercando di scappare o sotto le torture. Cito soltanto le esecuzioni di maggiore entità avvenute nel 1944: 71 ostaggi fucilati ad Opicina il 3 aprile, 51 impiccati il 23 aprile nell’attuale Conservatorio, 11 impiccati a Prosecco il 29 maggio, 19 fucilati ad Opicina il 15 settembre, i 5 membri della missione alleata Molina il 21 settembre…
5) Perchè è importante contestualizzare gli eventi nella questione foibe?
A questa domanda penso di avere già in parte risposto prima. Quando, in sede di dibattito pubblico, il professor Raoul Pupo, alla mia affermazione che parte del CVL di Trieste fu arrestata dagli Jugoslavi perché si erano rifiutati di consegnare loro le armi, come prevedevano gli accordi firmati dal CLNAI con gli Alleati (e la Jugoslavia era un Paese alleato, come Usa e Gran Bretagna), asserì che io ragiono come nel 1945, penso che in realtà mi abbia fatto un complimento come ricercatrice, al di là delle sue reali intenzioni. Per capire cosa accadeva nel 1945 dobbiamo considerare la situazione del 1945, cioè il fatto che l’Europa intera, e non solo Trieste, usciva da una guerra mondiale che aveva causato stragi, fame, distruzione e disperazione; che nella nostra zona le autorità italiane avevano cercato di annullare le minoranze slovena e croata, non solo impedendo loro di parlare nella propria lingua, ma anche con la violenza, bruciando villaggi e deportando civili, vecchi, donne e bambini, che per la maggior parte morirono di stenti nei campi di prigionia come Arbe e Gonars. Ed in una situazione simile a me viene in mente la poesia di Brecht, “noi che volevamo apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili”.
6) La visita prevista di Alemanno alle foibe di Basovizza, può essere considerata provocatoria verso la Resistenza ?
Non credo particolarmente. È da anni che tutti (dalle istituzioni statali e locali ai naziskin di varia estrazione, a Padania Cristiana, alle organizzazioni degli esuli…) vengono in pellegrinaggio sulla foiba di Basovizza. Escludendo le istituzioni, che semplicemente hanno fatto propria la teoria degli “opposti estremismi”, cioè vi sono stati sia i crimini dei nazifascisti che quelli dei partigiani (“accostamento aberrante”, lo definì più di trent’anni fa il professor Miccoli dell’Università di Trieste), in genere si tratta di un segno fideista di anticomunismo e di apologia del fascismo, con dovizia di saluti romani e grida “camerati presenti”. Alemanno non può certamente fare peggio di questi qua.
7) Quanto possono essere educative o diseducative le visite scolaresche alle foibe, che puntualmente ogni anno vengono organizzate per e nel Giorno del ricordo?
Sarebbero educative se si contestualizzasse e si spiegasse la reale entità del “fenomeno”. Ma dato che la visita alla foiba di Basovizza è vista normalmente come il contraltare a quella alla Risiera di San Sabba, ciò che rimane ai ragazzi è che vi furono appunto i due “opposti estremismi”, le due “ideologie” che provocarono i drammi in Europa, con il sottinteso elogio della “zona grigia”, del qualunquismo di coloro che non si schierarono e lasciarono che gli altri prendessero le decisioni (e le armi) aspettando che qualcuno vincesse. Così come sono, in effetti, sono molto diseducative.
8) Giungono voci di una tua nuova opera...puoi dare qualche anticipazione?
Sì, si tratta di uno studio sull’Ispettorato Speciale di PS, la cosiddetta “banda Collotti”, nel quale oltre a raccontare l’operato di questo corpo di repressione nazifascista, finisco col parlare della Resistenza nella nostra zona ed anche delle ripercussioni che nel dopoguerra ebbero questi eventi.
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http://www.diecifebbraio.info/2012/02/giorno-del-ricordo-o-giorno-della-mistificazione-storica/
GIORNO DEL RICORDO O GIORNO DELLA MISTIFICAZIONE STORICA?
di CLAUDIA CERNIGOI Dopo avere seguito interventi ufficiali, comunicati stampa, esternazioni varie e soprattutto avere visto il “documentario” di Roberto Olla sulle “foibe”, trasmesso dalla Rai la sera del 10 febbraio (e, da quanto si legge nel sito http://www.bellariafilmfestival.org/evento-2011-144.html “in proiezione permanente” presso il Museo della “foiba” di Basovizza), ho pensato che sarebbe il caso di cambiare l’intitolazione della ricorrenza del 10 febbraio da “Giorno del Ricordo” a “Giorno della Mistificazione Storica”.
Vorrei citare solo alcuni dei punti più significativi. Il sindaco di Trieste Roberto Cosolini (centrosinistra) ha ripreso le (purtroppo infelici) posizioni del presidente Napolitano che aveva parlato, già anni fa, di “volontà espansionistica del nazionalismo jugoslavo”. Parlare di “nazionalismo jugoslavo” è già di per se stesso falsificante, dato che il concetto di Jugoslavia era nato come concetto sovranazionale e non nazionalista, ma il fatto più grave è il voler attribuire alla Jugoslavia una “volontà espansionistica” che essa non ha mai avuto, né quando, Regno di Jugoslavia, fu invasa da Germania e Italia, smembrata ed annessa in parte ai due stati aggressori, né quando, riconosciuta come Stato alleato nella coalizione antinazifascista, sotto la guida del Maresciallo Tito, liberò il proprio territorio dagli occupatori e giunse fino a Trieste e Gorizia. Per liberarle, non per “occuparle”, come recita il filmato di Olla, perché la Jugoslavia faceva parte della coalizione alleata (e ricordiamo che l’Italia, il Regno del Sud, era solo cobelligerante). Nessuno parla mai della volontà espansionistica italiana, che nel 1918 aveva conquistato militarmente Trieste, Gorizia, l’Istria e parte della Slovenia (dove nella zona di Postumia non c’era neppure una piccola comunità italiana, ciononostante divenne parte integrante dello stato italiano): dunque perché scandalizzarsi quando la Jugoslavia, dopo avere conquistato militarmente dei territori interamente sloveni e croati o mistilingue, ha mantenuto la sovranità neppure su tutti questi territori misti, restituendo Trieste e Gorizia all’Italia? È poi scandaloso che si continui a parlare di “migliaia” di persone “inghiottite dalle foibe”, quando si sa che dalle foibe istriane dopo l’8 settembre del 1943 furono estratte 210 salme, e che nel 1945 gli “infoibati” nel senso letterale del termine furono meno di un centinaio mentre la maggior parte degli scomparsi (da Trieste meno di 500, da Gorizia circa 550, da Fiume circa 350), escludendo i militari fatti prigionieri e morti nei campi, furono arrestati dalle autorità jugoslave perché accusati di crimini di guerra, e probabilmente condannati a morte, se non morti in prigionia. Particolarmente grave ed agghiacciante l’affermazione fatta (l’Ansa non dice da chi) nel corso della presentazione di una mostra dedicata alle “foibe e all’esodo” a Trieste, dove si sarebbe “sottolineato il ruolo che svolse personalmente il maresciallo Tito nell’organizzazione delle attività terroristiche contro la popolazione inerme, culminate nelle Foibe, che sono state determinanti nel costringere all’esodo 350 mila italiani”. Come se Tito, nel corso della guerra, non avesse altre gatte da pelare che prendersela con gli istriani di etnia italiana. Ma qui troviamo la novità di quest’anno: dopo anni ed anni di divulgazione di dati storici risultanti dalle ricerche di un manipolo di volonterosi (spesso non considerati dalla storiografia ufficiale), che hanno messo dei punti fermi su alcuni “miti” in tema di foibe, da quest’anno i toni sono cambiati: dando per assodato un “esodo” di 350.000 persone, è logico che per motivare un esodo di questa entità era necessario un fattore a monte, e cioè il “terrore” diffuso dalle “foibe”. Il primo punto è che ad esodare non furono 350.000 persone, ma molte di meno. I dati più attendibili parlano di circa 200.000, il che è comunque una cifra piuttosto consistente, ma se consideriamo che questo “esodo” durò dal 1943 al 1960 più o meno (quindi in fasi storiche diverse), ci si aprono altri orizzonti di dubbio. Ad esempio: perché la famiglia di Norma Cossetto, che era stata uccisa dai partigiani, scappò in Italia (RSI) quando l’Istria era sotto controllo nazifascista e non jugoslavo, e come i Cossetto anche i Cernecca, altra famiglia che nel dopoguerra diede vita alla propaganda sulle foibe, avendo avuto dei familiari uccisi dai partigiani, si trasferirono nel Veneto già alla fine del 1943? Nel 1945, subito alla fine della guerra lasciarono l’Istria alcune categorie di persone che sicuramente non potevano rimanere lì date le circostanze, e non solo la nomenklatura fascista, gli squadristi ed i gerarchi, ma gli stessi impiegati statali, poliziotti, militari, che erano arrivati in Istria dall’Italia e una volta cambiato stato e governo avrebbero avuto difficoltà a reinserirsi. Questo il primo “esodo”: ma dobbiamo poi ricordare la propaganda che veniva fatta dall’Italia per invitare gli italiani a lasciare la Jugoslavia, che prometteva loro mari e monti, salvo poi sistemarli nei campi profughi di fortuna. Molti istriani vennero via per amore di patria, perché non volevano essere cittadini jugoslavi, molti perché erano anticomunisti, la maggior parte perché erano convinti che in Italia sarebbero stati meglio. Le foibe in tutto questo c’entrano poco: c’entra molto invece la propaganda sulle foibe, quella che fa dire a Licia Cossetto “mezza Istria è stata infoibata”: e dalla mezza Istria rimasta sarebbero venuti via ancora 350.000 abitanti? Se consideriamo che i dati del censimento del 1936 danno come abitanti (compresi sloveni e croati) per Istria, Fiume, isole del Quarnero e Zara 378.000 persone, i conti non tornano proprio. Lasciando da parte l’esodo torniamo ad esaminare la propaganda di questi giorni, che ci presenta i “titini” come feroci criminali assetati di sangue, che non considera che il periodo storico di cui si parla corrisponde ad una guerra mondiale che fece milioni di morti, che la guerra non fu iniziata dalla Jugoslavia, che l’Italia deportò popolazioni intere dai territori che aveva occupato in Slovenia e Croazia, che appoggiò il regime fantoccio di Pavelic in Croazia (che operò una pulizia etnica nei confronti della popolazione serba), che l’Italia stessa commise in Jugoslavia (ma anche in Grecia e in Albania, per non parlare delle precedenti guerre d’Africa) crimini di guerra per cui fu denunciata alle Nazioni unite ma nessun responsabile fu mai punito, anzi, il gasatore di africani Pietro Badoglio fu colui che traghettò l’Italia fino alla fine della guerra dopo che il “duce” fu deposto il 25 luglio 1943. È questa la storia che non è conosciuta nel nostro Paese dall’opinione pubblica, né viene insegnata nelle scuole, e sulla quale gli storici accademici , così come i divulgatori (salvo alcune ammirevoli eccezioni) tendono a glissare. È per cancellare questa storia, per impedire che criminali di guerra fossero processati e condannati che il Ministero degli Affari Esteri (MAE) diede alle stampe nel 1947, in prossimità della firma del Trattato di pace, una sorta di “libro bianco” intitolato “Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943”, che voleva dimostrare come gli jugoslavi avessero operato violenze ed esecuzioni sommarie (le “foibe”) sui militari prigionieri e sui civili italiani. Peccato che questo testo è ricco di “bufale” e di scritti apocrifi, ricordiamo la famosa “relazione Chelleri”, quella su cui si sarebbero basati tutti gli storici per parlare degli “infoibamenti” di Basovizza e del “sopravvissuto alle foibe”, quello che i telespettatori sanno essere Graziano Udovisi, il quale asserisce anche di avere “salvato un italiano”, ma che da altri documenti risulta essere invece Giovanni Radeticchio, il quale aveva dichiarato, già nel luglio del 1945, di essersi salvato da un “infoibamento” nel quale invece aveva trovato la morte Udovisi (su questo si veda il testo di Pol Vice “La foiba dei miracoli”, Kappa Vu 2008). A domanda dello storico Spazzali, il capitano Carlo Chelleri ha negato di avere scritto questa relazione (R. Spazzali, “Foibe un dibattito ancora aperto”, Lega Nazionale 1990): quale attendibilità può avere? Poi nel testo c’è anche una testimonianza attribuita ad un “sottocapo meccanico” di nome Federico Vincenti, che parla di atrocità commesse dagli Jugoslavi nei confronti dei prigionieri italiani a Lissa: dove Federico Vincenti, partigiano combattente friulano, negò di essere mai stato prigioniero degli Jugoslavi e di avere fatto le dichiarazioni citate nel “libro bianco” (su questo si veda l’intervento di Luciano Marcolin dell’Anpi di Cividale in http://www.storiastoriepn.it/blog/?p=3617). Ed infine in questo “libro bianco” troviamo una serie di fotografie che documentano atti di violenza commessi contro serbi… da parte ustascia, cioè fascista, spacciati per “violenza jugoslava contro jugoslavi”, eliminando del tutto la questione politica ma esacerbando la questione etnica. Perché mi sono dilungata tanto su questo libro? Perché è stato ripubblicato nel 2009, anastaticamente, e perché la Regione Lazio lo vuole diffondere nelle scuole. E la diffusione di falsità negli istituti scolastici è uno scandalo che si dovrebbe impedire. Ecco, queste alcune riflessioni “a caldo” (nonostante le temperature polari di questi giorni di febbraio) sul Giorno del Ricordo 2012. Nella prima edizione del mio studio sulle foibe, “Operazione foibe a Trieste” pubblicato nel 1997, citavo in apertura alcuni versi di una canzone degli Africa Unite: “Ruggine, penna di velluto, lecca il livido inchiostro, fango rapido, colpire la memoria, riscrivere la storia…”. Lo hanno fatto, lo stanno facendo. È come un fiume in piena, melmoso, velenoso, che ci sta soffocando. E nonostante tutti gli sforzi di questi anni, sembra sempre più difficile correre ai ripari. Claudia CERNIGOI
Febbraio 2012
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POLEMICA A PARMA
Da: Comitato antifascista e per la memoria storica - Parma <comitatoantifasc_pr @ alice.it> Oggetto: replica, sulle foibe, a P. Bocchi candidato sindaco di Parma per "La Destra" Data: 12 febbraio 2012 00.56.12 GMT+01.00
da la Repubblica Parma (on line)
Priamo Bocchi scrive: Dopo oltre 60 anni di colpevole
oblio la storia sembra riconsegnare una giusta memoria della drammatica
vicenda delle Foibe e delle migliaia di civili italiani (fra i quali donne,
bambini ed anziani) torturati ed uccisi dai partigiani di Tito (nonché di
Togliatti), in nome del comunismo e della pulizia etnica. Oggi, finalmente si
possono commemorare la morte ed il barbaro eccidio di tanti nostri
connazionali, nonché le sofferenze di quei profughi che, rientrati in Italia,
venivano insultati e minacciati secondo l’equazione, diffusa e propagandata
dal partito comunista, per cui italiani = fascisti. Oggi, giornata nazionale
del ricordo di questo ignobile genocidio, possiamo finalmente pensare alle
foibe, non solo come erano descritte fino ad oggi nei libri scolastici ,
“varietà di doline ed anfratti frequenti in Istria”, ma come luoghi di
martirio per tanti compatrioti (fascisti e non) e di bestiale sfogo anti
italiano. Priamo Bocchi
da la Repubblica Parma (on line)
Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma scrive: OLTRE 700 CRIMINALI DI GUERRA ITALIANI FASCISTI, E IL SIGNOR UDOVISI Il sig. Bocchi, rappresentante de
“La Destra”, una destra non liberale o gollista ma una destra fascista, pensa
di cavarsela riportando qualche fatto tragico della lotta partigiana
(Porzus), qualche “neo” presente nella parte giusta. Chè, com’è noto, la
guerra abbruttisce un pò anche la parte giusta e bella. E, da questo punto di
vista, è successo anche di peggio altrove, p.e. in Francia per i prigionieri
tedeschi degli angloamericani e per i collaborazionisti francesi di Vichy.
Dimentica appena, il rappresentante della destra fascista, che in Jugoslavia
hanno operato oltre 700 (settecento) criminali di guerra italiani fascisti. A
cominciare dai generali Roatta e Robotti, che ordinavano “testa per dente!” e
“si ammazza troppo poco in Jugoslavia!”. Il dato dei criminali di guerra
italiani non è inventato ma è della Commissione per i crimini di guerra della
Nazioni Unite. E nessuno di costoro è mai stato processato, estradato e
consegnato alle autorità jugoslave che ne avevano fatto richiesta; fosse
stata soddisfatta tale richiesta, probabilmente ai militari italiani
catturati e imprigionati dagli jugoslavi sarebbe andata meglio. Nessuno dei
700 criminali fascisti ha mai scontato un solo giorno di galera diversamente
dai criminali nazisti che sono stati processati e condannati a Norimberga. Ma
se anche fossero stati 70 anziché 700, se anche fossero stati 7 anziché 70,
resta il fatto che è stata questa loro parte, è stata l’Italia fascista che
ha intrapreso la guerra in Jugoslavia e nei Balcani, non viceversa. Non è la
Jugoslavia che ha aggredito l’Italia, è l’Italia fascista che ha aggredito e
occupato duramente la Jugoslavia, p.e. facendo di Lubiana (terra slovena dove
nessuno parla italiano) una provincia d’Italia. E’ Mussolini che già nel 1920 a Pola affermava “Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire
la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone”. Non risulta che da
parte slava vi sia stata un’affermazione simile nei confronti degli italiani,
o mire espansionistiche o imperialiste. Non si possono scambiare o confondere
cause e effetti, pena la falsificazione della storia: la causa prima è stata
il fascismo, le foibe sono una conseguenza. E sul numero dei morti delle
foibe è del tutto non dimostrato il dato delle decine di migliaia o degli
oltre diecimila che riporta in questi giorni lo spot televisivo – sì spot,
propaganda!- in onda sulle reti nazionali pubbliche statali. Tale spot cita
il sig. Graziano Udovisi quale scampato a una foiba. Bisognerebbe dire anche
che il tale Udovisi, lungi dall’essere persona “super partes”, era nel 1945
tenente della fascista (della Repubblica di Salò) Milizia Difesa
Territoriale, forza sottoposta direttamente ai tedeschi, e rastrellatore di
partigiani in Istria. Il suo racconto è apertamente messo in discussione dal
libro “La foiba dei miracoli” scritto da Pol Vice (Paolo Consolaro)
pubblicato dalla casa editrice Kappa Vu di Udine nel 2008.
Da: Claudia Cernigoi <nuovaalabarda @ yahoo.it> Oggetto: I: replica, sulle foibe, a P. Bocchi candidato sindaco di Parma per "La Destra" Data: 12 febbraio 2012 09.30.08 GMT+01.00
Alla Repubblica Edizione di PARMA
Non entro nel merito di tutto il discorso del signor Priamo Bocchi, ma voglio rilevare, da quanto egli stesso scrive, quanto poco siano conosciute le vicende storiche relative al periodo sul quale egli disserta. Quando scrive che “il comandante Oskar Pikulic (cittadino italiano), meglio conosciuto come il “boia di Pisino” (dove fece infoibare più di 100 persone) e condannato a 2 ergastoli per strage, fu graziato da quel simpatico “nonnetto” di Pertini e omaggiato di medaglia al valore e pensione per meriti patriottici”, riesce quasi difficile credere come sia riuscito ad infilare tante falsità in una unica frase. Oskar Piskulic (non Pikulic) NON era cittadino italiano, NON era conosciuto come “boia di Pisino” (era di Fiume e combattè in quella zona), a Pisino NON furono infoibate più di 100 persone (dalle foibe di Pisino e Gimino, località vicina, furono recuperate in tutto 55 salme), NON fu condannato a nessun ergastolo, né per strage né per altro, in quanto la magistratura italiana rilevò la non competenza territoriale per giudicare i tre omicidi di cui Piskulic era accusato e ciò avvenne nel 2005, quindi Sandro Pertini, molto difficilmente avrebbe potuto graziare una persona non condannata, addirittura 15 anni dopo la propria morte. Infine, Piskulic non ha avuto alcuna medaglia né onorificenza. Ecco, questo dimostra la conoscenza storica di tante persone che pur non avendo competenza in materia pretendono di pontificare, accusando gli altri di “infoibare” la verità. Ma se per “verità” intendono le menzogne che propagano a piene mani, è meglio che tacciano e la smettano di attaccare chi invece cerca di fare conoscere le vicende storiche così come si sono svolte-
Claudia Cernigoi Trieste, Casella Postale 57 nuova alabarda@yahoo.it.
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Per chi volesse saperne di più sulla preparazione storica e la posizione politica di Rustia:
http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-le_ricerche_del_dottor_rustia_sulle_foibe.php
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LE PERLE NERE DI RUSTIA SULLE FOIBE E SUI CRIMINI DI GUERRA ITALIANI.
Posted on 13 febbraio 2012 by diecifebbraio1
Sabato 11 febbraio 2012 a Trieste, presso il Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata (finanziato con fondi pubblici), il dottore in biologia Giorgio Rustia ha fatto due brevi interventi che secondo lui e secondo chi lo aveva invitato (il Comitato 10 febbraio di Trieste, rappresentato da Daniele Mosetti), ma anche secondo chi lo ospitava, cioè il Museo stesso, rappresentato da Piero Del Bello, avrebbero dovuto essere di inquadramento storico. In realtà il sedicente ricercatore storico (che già in altre occasioni ha avuto modo ditoppare in modo clamoroso) ha fatto delle affermazioni che di storico non hanno nulla, vediamole in breve. Rustia ha sostenuto in sintesi che la guerra in Jugoslavia fu combattuta non da un esercito ma da partigiani, che come tali venivano considerati “franchi tiratori” e “terroristi” dall’esercito regolare e come tali le leggi di guerra dell’epoca autorizzavano a metterli al muro senza processo, e che (testuale) “quando vi dicono che il nostro esercito ha commesso crimini in Jugoslavia rispondete che il nostro esercito ha applicato le leggi di guerra dell’epoca e nessuno potrà smentirvi”. Senza approfondire l’argomento (che richiederebbe decine di pagine), va detto che Rustia non ha tenuto conto di alcuni “piccoli” particolari: 1) l’Italia e la Germania avevano invaso la Jugoslavia senza dichiarazione di guerra; 2) di conseguenza erano un esercito invasore e non “regolare”; 3) la convenzione di Ginevra del 1929 considerava parificati a soldati regolari i volontari che si riconoscevano in un comando unico ed erano distinguibili da un simbolo o una divisa (cosa che i partigiani jugoslavi erano, in quanto si costituirono quasi subito come Esercito popolare di liberazione, riconosciuto dagli Alleati); 4) che nessuna legge di guerra prevede l’incendio ed il saccheggio dei villaggi, la deportazione ed il massacro di civili, bambini compresi: ricordiamo i campi di Arbe e di Gonars dove morirono di freddo e di fame centinaia di civili e lo sconcio delle affermazioni del generale Gambara che scrisse di suo pugno “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo”. Rustia ha poi detto che lo storico Del Boca, che ora è di sinistra, a suo tempo firmò l’appello degli intellettuali contro gli ebrei: considerando che Angelo Del Boca è nato nel 1925, a meno che non fosse un ragazzo precocissimo la cosa risulta quantomeno improbabile. Relativamente al numero degli “infoibati”, Rustia ha poi citato un documento di richiesta notizie di “deportati” dagli jugoslavi redatto nel dicembre del 1945 ed inviato al Pubblico accusatore di Trieste, per un totale di 939 persone. Vediamo già qui che se a dicembre 1945 mancavano all’appello 939 persone, non si può parlare di “migliaia di infoibati” (come in altre sedi Rustia fa), considerando che in questo elenco non sono compresi solo triestini ma anche goriziani ed istriani. L’intestazione di questo documento (che è conservato presso l’archivio dell’Ozna di Lubiana, AS 1584 zks ae 459) riporta questo chiarimento: “L’elenco del Comitato è formato di 939 nomi, molti di meno quindi di quanti parla la propaganda avversaria. Di questi inoltre alcuni sono stati giudicati dalla Corte Straordinaria d’Assise, altri si trovano in libertà a Trieste o in altri posti, altri, infine, sono Partigiani Giuliani di cui le famiglie chiedono notizie. Da mettere in rilievo il fatto che molti nominativi risultano essere stati arrestati o fatti prigionieri durante azioni belliche e altri spariti durante ancora la dominazione tedesca e la cui sparizione dovrebbe imputarsi alle forze armate tedesche e non a quelle jugoslave”. Naturalmente Rustia non ha citato questa introduzione, ed ha poi affermato che a questo elenco sarebbe stata data risposta solo per 138 nominativi, in quanto per gli altri erano in corso verifiche, attribuendo il motivo al fatto che i prigionieri non erano stati registrati. In realtà, leggendo i documenti collegati a quello da lui citato, risultano anche altre risposte per i nominativi residuali, e del resto, se una persona non era stata arrestata dalle autorità jugoslave, ben difficilmente poteva risultare dai registri carcerari. Va infine considerato che molti dei nominativi che appaiono in questo elenco sono di persone che furono rilasciate nei mesi successivi, e che, da risultanze anagrafiche mai smentite (pubblicate nel mio “Operazione foibe tra storia e mito” Kappa Vu 2005) risultano scomparse da Trieste meno di 500 persone. In conclusione Rustia ha sostenuto che “lo sloveno” non si è “mai messo l’anima in pace” di non poter occupare territori italiani, infatti (testuale) “con la famosa storia della lotta contro il fascismo in realtà contrabbanderanno anche nel futuro di voler arrivare male che vada per loro all’Isonzo”. Ora, possiamo anche considerare Rustia un “caso umano” (ricorderemo sempre la sua teoria su come la legge di tutela per la minoranza slovena avrebbe “slavizzato” Trieste, esposta in una conferenza pubblica il 12/12/98: in seguito alla legge di tutela a Trieste ci sarà bisogno di circa 250/300 interpreti che dovranno giocoforza venire qui da oltre confine perché “a Trieste non ci sono sloveni disoccupati”; questi interpreti si porteranno dietro la propria famiglia (“moglie, due figli, genitori, fratelli”), cosicché in men che non si dica a Trieste ci saranno un migliaio di sloveni in più, dal che nascerà un ulteriore bisogno di interpreti, che dovranno nuovamente venire “importati” da oltre confine e via di seguito, si svilupperà una “catena di Sant’Antonio” per cui Trieste si riempirà di sloveni e gli italiani saranno costretti ad emigrare), ma se si limitasse a parlare in occasioni come quella citata, alla quale hanno partecipato meno di cento persone, non sarebbe un grosso problema. Il fatto è che Rustia dovrebbe andare a propagare queste sue posizioni antistoriche e razziste nelle scuole, da quanto è stato detto nel corso dell’incontro, e questo ci sembra gravissimo. Ci chiediamo pertanto se vi sia qualche istituto preposto a vigilare su chi si reca a parlare nelle scuole e se vengano fatte delle verifiche per evitare che il primo sedicente storico, che in realtà fa propaganda politica e xenofoba, possa diffondere falsità di questo livello agli studenti. Claudia CERNIGOI
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